DA UNA STAMPA DEL SETTECENTO CONTRO I CONTADINI SICILIANI

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    Alfabeto del villano

 

 

A trattar col Villan pien di malizia,

Rettorica non val né men giustizia.

 

Bontà non regna in lui né cortesia,

Ma sol malizia, inganni e villania.

 

Cattivo, furbo, senza legge e fede

E’ stolto è ben chi a sue parole crede.

 

Da Cacco derivò questa nazione

Atta solo a rubar al suo padrone.

 

È proverbio comun e molto antico

Che un villano non fu mai un buon amico.

 

Fategli pur del ben quanto volete

Che ingrato sempre voi lo troverete.

 

Goffo sì, ma come l’Orso è destro,

Che per giuocar di man egli è maestro

 

Haver di lui pietade è un gran errore,

Pietà giammai si deve a un traditore.

 

In verità non vi fu giammai Villano,

Che non avesse la rapina in mano.

 

La roba del Villan convien che vada

Perché se ne viene per mala strada.

 

Mille promesse al dì, lui ti farà,

Ma poi niente mai ti attenderà.

 

Non ti fidare perciò di sue parole

Che risponder d’ognor fatti ci vuole.

 

Oh che empietà! Aver da fare con gente

Ch’altra ragione del bastone non sente.

 

Povero, tristo, pien  d’acerbe voglie

Per un quattrino venderia la moglie.

 

Quando ha bisogno di un poco di grano

Va dal padrone col cappello in mano.

 

Riparato che ha poi al suo bisogno

Lo sperarne mercè affè ch’è un sogno.

 

Si lasci però star questa canaglia

Che non ebbe giammai cosa che vaglia.

 

Tutti i Villan sono rozzi e mal creati

E devono aspramente esser trattati.

 

Ungilo ognor quando tu vuoi che punga,

Pungilo ognor quando tu vuoi che t’unga.

 

Xoronte gran filosofo già disse

Che i Villan solamente aman le risse.

 

Zajolo che le virtù volse infamare

Fu qual villan dal Re fatto impiccare.

 

Così andrebbe fatto a tal razza,

Che l’uomo, il mondo e la ragion strapazza.

 

Non dico del buon Villan, ma di quel rio che l’uom offende, la natura e Dio