“Iena” sabauda contro garibaldini
Accadde a Fantina nel settembre 1862
Fantina (Messina) 2 settembre 2005 - Forse era in corso una inevitabile guerra di liberazione; forse si trattava di una programmata guerra di conquista, sapientemente camuffata e perciò politicamente corretta. Ormai poco importa, perché il passato appartiene alla storia e l’unità d’Italia è una realtà, a dispetto dei cincischiamenti e delle farneticazioni di tanti bagoloni, che patiscono la sindrome del benessere incompreso ed immeritato.
Restano,
però, i mesti ricordi dei crimini di guerra, o meglio contro l’umanità, che
mai mancano nei conflitti e che irrecuperabili menti limitate ricercano e
condannano solo negli “altri”, eterni nemici di ieri, oggi e domani.
Era la notte tra il due ed il tre
settembre 1862: l’ex austriaco maggiore De Villata,
ufficiale del regio esercito sabaudo, con armati del 47° Fanteria, diede il
peggio di sé. Le vittime furono catturate con il subdolo inganno della
promessa di perdono e reintegra nei ranghi di provenienza, nel nome del re.
Almeno due erano civili volontari e non bersaglieri, tutti
comunque ammaliati dal proclama “O Roma, o
morte”. Li definì spergiuri quando, da solo, li condannò alla sommaria
esecuzione. Li apostrofò come briganti e meritevoli di solo piombo nello
stomaco quando essi chiesero di potere scrivere due righe ai congiunti. Non
ascoltò il medico del battaglione, signor Levante, che invocò invano per i
prigionieri il
“Consiglio di Guerra”. Ordinò una seconda raffica del plotone
di esecuzione contro i feriti a terra ed
addirittura che per Costante Bianchi, diciannovenne, ordinò “venti palle
nella testa”. Spiò la corrispondenza che aveva tolto ai morti. Dichiarò che
“quell’esecuzione si era fatta per darsi un
esempio”.
Chi era il maggiore De Villata? Una iena? Un mostro assetato di sangue e lacrime? Oppure era un impassibile esecutore di ordini superiori, ferreo e fidato custode e tutore delle occulte manovre e delle camuffate ambizioni del regno? Quale fu la sua carriera successiva? Perché, in un’epoca in cui la parola data era un punto d’onore per gli ufficiali, ha catturato con l’inganno le sue vittime? Forse le vittime erano “certe” di una onorevole ed “umana” conclusione della vicenda? Perché furono loro negati un giusto processo ed il conforto di due righe per i congiunti? Potevano forse tradire qualche segreto? E’ verosimile che uno solo doveva morire, mentre gli altri sono stati uccisi per coprire l’inganno?
Le cronache non rispondono a questi interrogativi. Non si era in zona
di operazioni di guerra e nessun nemico incombeva
minaccioso a giustificare l’affrettata e sommaria esecuzione, che chiudeva
un rastrellamento apparentemente coronato dal successo del massacro
notturno.
I corpi dei martiri riposano ora sotto la ricostruita Chiesa della Provvidenza in Fantina, porzione del Comune di Fondachelli Fantina, un insieme di frazioni, borghi e case isolate: non si vedono più le sepolture, su cui deporre un fiore. Una lapide all’esterno della chiesa ricorda il nome di quegli eroi , pronti a dare la vita per la patria, ma barbaramente sacrificati alla “Ragion di Stato”.
Tutta la zona scende verso il fiume Fantina, con torrenti ed erte scarpate su entrambe le rive, variamente ombreggiate dalla vegetazione: impossibile trovare “a vista” chiunque si nasconda, di giorno o di notte; impossibile trovare anche le casupole, se non rischiarate dal fuoco o dai lumi, nel buio delle notti del 1862. La gente del luogo, nel tramandarsi gli eventi, afferma che sicuramente qualcuno tradì ed incassò i suoi trenta denari. Raccontano pure di un fuggiasco salvatosi perché celato da una donna sotto la sua lunga e capiente gonna. Si racconta tanto e si tace di più.
In tutti però è la stessa memoria: dopo la strage nessun fuggiasco o sbandato fu seriamente cercato nelle valli e negli anfratti, che ne nascondevano parecchie decine; nessun altro fu mai fucilato e nemmeno catturato in quella zona dalle truppe del maggiore De Villata. Sembra quasi che il suo compito, quella notte a Fantina, fosse solo di uccidere “qualcuno”, per tornarsene poi, onorato e silente servitore dello stato, nel grigiore sabaudo.
Siamo stati sui luoghi con il nostro collaboratore Santo Papa, che ha curato
personalmente le immagini. Abbiamo percepito il
pacato
sdegno dei Fantinesi per la barbara offesa
arrecata ai luoghi; abbiamo ascoltato la loro delusione per l’inconcludenza
e per l’assenza dei politici informati sui fatti. E
ci chiediamo se l’Italia è prigioniera dei “muri di gomma”, che occultano le
verità storiche, quelle che, capite ed assimilate, fanno di un insieme di
popoli una nazione ed uno stato.
Riteniamo che sarebbe opportuno procedere ad una serena rivisitazione storica nostrana ed attribuire a persone e fatti i giusti titoli di competenza: sarebbe una dimostrazione di maturità e di grandezza.
O, forse, c’è qualcuno o qualche entità che si oppone? Sarebbe veramente da ridere, essendo tra di noi i supremi critici e rivisitatori delle altrui faccende, sempre alla ricerca della “verità assoluta”. Proviamo, dunque, a togliere le travi dai nostri occhi.
Guido Di Stefano