Sul fondo del mare è adagiato il sommergibile affondato
dagli inglesi nel ’43
NEL RICORDO
IL SACRIFICIO DEL VELELLA
SI COSTITUISCE COMITATO PER IL RECUPERO
di Leonardo Lodato

Il mare come immenso sacrario dei tanti caduti di tutte le guerre e di tutte le nazioni.
Il mare, quell'immensa distesa azzurra nel cui fondo, giacciono tra le lamiere dei «loro» sommergibili, numerosi giovani eroi.
Come il tenente di vascello Mario Patanè, originario di Acireale, che la sera del 7 settembre del 1943, affonderà con tutto l'equipaggio del sommergibile «Velella» - cinque ufficiali, 13 sottufficiali, 30 sottocapi e comuni - silurato dal sommergibile inglese «Hms Shakespeare» mentre si apprestava a contrastare lo sbarco alleato a Salerno.
Così ricorda l'episodio Teucle
Meneghini in «Cento sommergibili non sono tornati» (ed. Cen): «Il
pellegrinaggio attraverso il Mediterraneo sta per giungere a termine: dobbiamo
ancora rendere gli onori ad un manipolo di eroi che attendono
la nostra visita sul fondo del mare al largo di Punta Licosa. E' l'intero
equipaggio del Velella; ultimo Caduto, prima della proclamazione
dell'armistizio.
Cinque ufficiali, nove sottufficiali, trentasette sottocapi e marinai, ed il
loro giovane comandante, tenente di vascello Patanè, hanno suggellato con il
loro estremo sacrificio, la gloriosa epopea dei sommergibilisti italiani nella
più cruenta guerra che la storia ricordi. Il Velella
era rientrato da poco tempo dall'Oceano Atlantico, dove si era particolarmente
distinto, per difendere dal tracotante nemico le coste della Madre Patria.
Partito da Napoli nel pomeriggio del 7 settembre 1943, assieme ad altri sette
sommergibili, per andare a contrastare lo sbarco anglo-americano
che si delineava nel golfo di Salerno, mentre stava
per raggiungere il punto d'agguato assegnatogli fu silurato dal sommergibile
britannico Shakespeare, dislocato in
quella
zona in appoggio alle progettate operazioni delle unità di superficie. Quando
il Velella con il suo prezioso carico di giovani e valorosi figli d'Italia,
sprofondava negli abissi del mare, da qualche giorno era
già stato firmato, all'ombra degli olivi di Cassibile, l'ignominioso
armistizio...».
A oltre
sessant'anni da quel tragico episodio, e a tre anni dalla spedizione del team
guidato da Rizia Ortolani, che ha permesso di portare in superficie le immagini
del relitto del «Velella», c'è un
comitato, fortemente voluto da Adelino Nardon di Valle
di Cadore, per promuovere il recupero del relitto al fine di realizzare un
monumento alla memoria dei 51 marinai dell'equipaggio.
Il «Velella» era uno dei due
battelli realizzati dai Cantieri Corda di Monfalcone per conto della Marina
portoghese che, per sopraggiunte difficoltà economiche, furono
dirottati alla nostra
Regia Marina che li completò apportando alcune modifiche. Impostato nel
settembre del 1935, fu varato il 18 dicembre del 1936
e consegnato alla Marina il 1° settembre 1937.
Il Velella e il gemello Argo costituirono, così,
Riportare in superficie il suo relitto è sicuramente un compito arduo ma non impossibile che lega i familiari dei marinai del «Velella» a quelli del sommergibile Sebastiano Veniero, i cui resti giacciono ormai da ottantuno anni nei fondali siciliani di Porto Palo di Capo Passero, e guidati dall'instancabile Raffaele De Rosa, figlio di Pasquale, deceduto nell'affondamento del Veniero.
Un destino beffardo quello che
accomuna i due sommergibili: il Veniero, speronato da
una nave
merci durante una missione di addestramento, e il Velella, silurato quando il
generale Castellano, a Cassibile, nei pressi di Siracusa, aveva già firmato
quella resa incondizionata che stabiliva la cessazione delle ostilità.