GIOVANNI PASCOLI

CENTOCINQUANT’ANNI DALLA NASCITA

 

Giovanni Pascoli nato a San Mauro di Romagna il 31 dicembre e morto a Castelvecchio di Barga, Bologna, il 6 aprile 1912, all’età di soli 57 anni, è stato uno dei maggiori poeti italiani di fine ottocento ed è proprio per questo che oggi ne vogliamo onorare la sua memoria.

La poesia di Pascoli (Vittorio Sgarbi ha paragonato le opere di Puccini alla sua musicalità poetica) è caratterizzata da una metrica formale con endecasillabi, sonetti e terzine coordinati con gran semplicità. Nonostante la classicità della forma esterna, provata dal gusto per le letture scientifiche, alle quali si ricollegano il tema cosmico e la precisione del lessico botanico e zoologico, Pascoli ha saputo rinnovare la poesia nei suoi contenuti, toccando temi fino che erano stati trascurati dai grandi poeti, capace di far capire nella sua prosa il piacere delle cose più semplici viste con la sensibilità infantile che ogni uomo porta dentro di sé. Pascoli è sempre stato nella vita un personaggio malinconico, rassegnato alle sofferenze della vita e alle ingiustizie della società, convinto che la società che predominava in quel periodo fosse troppo forte per essere vinta. Nonostante ciò seppe conservare un senso profondo d’umanità e di fratellanza. Crollato l'ordine razionale del mondo, in cui aveva creduto il Positivismo, il poeta, di fronte al dolore e al male che dominano sulla Terra, recuperò il valore etico della sofferenza, che riscatta gli umili e gli infelici, capaci di perdonare i propri persecutori. Mentre studiava ad Urbino nel collegio degli Scolopi suo padre è ucciso il 10 agosto del 1867 da un gruppo di contrabbandieri ai quali egli più volte nega il passaggio attraverso la tenuta di San Mauro, proprietà dei Torlonia di cui era amministratore. Questo incise profondamente sulla sua vita e sulla sua poetica, infatti, in memoria di questo avvenimento scrisse anche una poesia "La cavallina storna"  quella disgrazia seguirono la morte della sorella maggiore, Margherita, seguita, poi, dalla madre. La povertà, oltre che il dolore, incombe sulla famiglia del Pascoli


 


La cavallina storna
Nella Torre il silenzio era
già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.
I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste
.
Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;                                  
che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:
«O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
il primo d'otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.
Tu che ti senti ai fianchi l'uragano,
tu dài retta alla sua piccola mano
.
Tu ch'hai nel cuore la marina brulla,
tu dài retta alla sua voce fanciulla».
La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:
«O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
lo so, lo so, che tu l'amavi forte!
Con lui c'eri tu sola e la sua morte.
O nata in selve tra l'ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l'agonia...»
La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.
«O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.
Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
con negli orecchi l'eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:
lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole».
Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l'abbracciò su la criniera
«O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!
a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona... Ma parlar non sai!
Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!
Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise:
esso t'è qui nelle pupille fise.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t'insegni, come».
Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada
.
La paglia non battean con l'unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... Sonò alt o un nitrito.


La poesia di Pascoli è sostanzialmente autobiografica, rispecchia cioè gli accadimenti della vita dell'uomo e le tracce profonde che le vicende quotidiane lasciano sulla sua sensibilità.

A Bologna qui aderisce alle idee socialiste, fa propaganda ed è arrestato nel 1879. Nel 1882 si laurea in lettere, quindi, va ad insegnare greco e latino a Matera, Massa e Livorno, pubblicando le prime raccolte di poesie: "L'ultima passeggiata" (1886) e "Myricae"(1891).

Vince la prima delle sue 13 medaglie d'oro nel 1892 al concorso di poesia latina di Amsterdam. Un breve soggiorno a Roma, quindi va ad abitare in Castelvecchio con una sorella e passa all'insegnamento universitario, prima a Bologna, poi a Messina e a Pisa. Nel frattempo pubblica tre saggi danteschi e varie antologie scolastiche. La sua produzione poetica prosegue con i "Poemetti" (1897) e i "Canti di Castelvecchio" (1903) e sempre nel 1903 raccoglie i suoi discorsi sia politici (si era intanto convertito al credo nazionalista), sia poetici e scolastici nei "Miei pensieri di varia umanità". Rileva poi la cattedra di letteratura italiana a Bologna, Succede a Bologna, nella cattedra di letteratura italiana, a Carducci al cui insegnamento si riallaccia e pubblica, poi, gli "Odi ed inni" (1907), le "Canzoni di re Enzo" e i "Poemi italici" (1908-11). È nel 1912 che la sua salute peggiora;  lascia  l’insegnamento per curarsi a Bologna, dove muore.